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Disastro di Atrani. Né prevenzione, né previsione contro i meteo-serial-killer.

Autore: Prof. Francesco Ortolani
26/09/2010 (letto 3773 volte)

Approfondimenti sulla tragedia di Atrani del 9 settembre

 

Il 9 settembre tra le 18,30 e le 19,00 circa la zona compresa tra Amalfi e Maiori è stata investita da una intensa precipitazione che in un’ora ha fatto cadere al suolo da 50 a 70 mm; alla fine dell’evento circa 150 mm di pioggia hanno inondato la superficie del suolo. Il pluviometro di Ravello non ha registrato tutto l’evento perché l’interruzione dell’erogazione della corrente elettrica lo ha messo fuori uso. Alle 18,59 sarebbe giunto un fax della Protezione Civile Regionale al Comune di Atrani con il quale si avvisava che il pluviometro (prima del tilt) aveva registrato precipitazioni tali da fare scattare l’allarme “relativamente agli scenari di rischio per eventi pluviometrici della CLASSE I ..”. Praticamente si avvisava che avrebbe potuto verificarsi il disastro che ad Atrani era già in atto.
L’eccezionale evento piovoso è stato causato da cumulonembi che si sono autorigenerati sul versante sudorientale dei Monti Lattari tra Amalfi e Maiori.



Il bacino imbrifero del Vallone Dragone (circa 5 chilometri quadrati) che attraversa Atrani è incastrato tra ripidi versanti costituiti da rocce calcaree ricoperte in gran parte da suolo non incastrato nel substrato e da livelli di lapilli sciolti. La parte inferiore è prevalentemente terrazzata e coltivata mentre la parte superiore è coperta da castagneti e boschi cedui. L’acqua di precipitazione generalmente si infiltra nel sottosuolo per cui solo le parti impermeabilizzate alimentano il deflusso superficiale. Eventi piovosi come quello del 9 settembre possono causare l’innesco e scorrimento di flussi fangoso-detritici rapidi che si alimentano con i sedimenti sciolti superficiali e inglobano i detriti eventualmente accumulati abusivamente nell’alveo. La vegetazione arborea che ha radici nel suolo non incastrato nel substrato non può impedire i dissesti citati. Altri dissesti rapidi si possono originare dai versanti ripidi boscati devastati dagli incendi a causa dello strato di cenere che impermeabilizza la superficie del suolo; conseguentemente l’acqua che defluisce si trasforma rapidamente in colata detritico-fangosa che si riversa nell’alveo. Da circa 15 ettari di versante incendiato si possono alimentare flussi detritici incanalati in alveo che possono raggiungere portate di circa 100 mc/sec. Anche le colate rapide di fango che possono innescarsi nella parte alta del bacino, una volta raggiunto l’alveo vi si incanalano dando origine a flussi veloci con portate superiori alle precedenti. Le immagini filmate evidenziano la considerevole portata del flusso che ha invaso l’abitato di Atrani trasportando tronchi, frammenti di legno bruciacchiati, grossi massi e inglobando decine di autoveicoli e moto nelle strade urbane. Come al solito, il tratto urbano del vallone era stato trasformato in strada che scorre sul vallone; identica situazione di Casamicciola devastata dalle colate di fango del 10 novembre 2009. Il flusso fangoso detritico non è stato smaltito dall’alveo tombato e si è riversato sulla strada sovrastante devastando e causando la scomparsa di una ragazza.



I primi rilievi evidenziano che per vari minuti l’alveo intubato del Dragone ha smaltito una consistente portata stimata intorno ai 100 mc/sec. In seguito all’incremento della portata il flusso fangoso ha completamente riempito l’alveo intubato e si è riversato sulla sovrastante Via dei Dogi defluendovi con portata massima quasi simile a quella dell’alveo. Le immagini amatoriali evidenziano che contemporaneamente in mare affluivano i due flussi (quello dell’alveo intubato e quello che dopo avere percorso la via dei Dogi aveva devastato la Piazza Umberto I infilandosi nell’arco aperto del viadotto della Strada Statale trascinando in mare decine di auto e moto). Per vari minuti flussi velocissimi (velocità stimata tra 10 e 20 metri/secondo vale a dire tra 30 e 60 km orari circa) hanno scaricato in mare portate stimate intorno ai 200 mc/sec, nettamente superiori a quelle che l’alveo intubato poteva smaltire in sicurezza. Valutando che circa il 50% del flusso poteva essere costituito da acqua (il resto era detrito, tronchi ecc.) durante il periodo di portata massima possono essere stati smaltiti in mare da 20.000 a 50.000 mc di acqua circa. Da quale parte del bacino provenivano, l’influenza che possono avere esercitato eventuali rifiuti scaricati abusivamente in alveo, l’eventuale cedimento di terrazzi agricoli, eventuali colate di fango nella parte montana del bacino sono alcuni degli aspetti che saranno accertati al fine di “capire” l’evento e di elaborare adeguate proposte di messa in sicurezza.
Il 20 agosto c.a. avevo pubblicato un articolo dal titolo “I meteo-serial-killer (i cumulo nembi) si verificheranno anche nel prossimo autunno? Ancora indifesi aspettiamo che colpiscano” inviato ai principali mass media nazionali nel quale evidenziavo, come è noto nella letteratura, i cumuli nembi (da me denominati meteo-serial-killer) sono perturbazioni che si innescano ed evolvono rapidamente localmente quando si verificano particolari condizioni atmosferiche; richiedono una particolare morfologia della superficie terrestre. E’ noto che non si possono prevedere! Mentre le perturbazioni meteo che interessano vaste aree sono fenomeni prevedibili e tracciabili, per i cumulonembi non sono ancora state eseguite ricerche che abbiano consentito di individuare le caratteristiche fisiche, i periodi e le condizioni meteo locali nell’ambito delle condizioni meteo di area più vasta che condizionano il loro innesco; non c’è nessun modello numerico in grado di avere una capacità predittiva di un cumulonembo che interessa un’area limitata provocando precipitazioni fino a 100 mm all’ora in un’area di alcune decine di chilometri quadrati.
Questo fenomeno si è verificato il 1 ottobre scorso nel messinese, nell’aprile 2006 e il 10 novembre 2009 ad Ischia, tra il 5 e 6 maggio 1998 nel sarnese, il 19 giugno 1996 nella Garfagnana, tra il 24 e 25 ottobre 1954 nel salernitano. Le vittime sono state diverse centinaia. Considerando che i cumuli nembi hanno causato danni enormi e centinaia di vittime, che essi “agiscono” in maniera ripetitiva in relazione ai periodi e alle condizioni morfologiche e meteo, mi chiedevo “Come mai la ricerca è così indietro?” Eravamo alla fine di agosto e prossimi ad uno dei periodi per l’attivazione del meteo-serial-killer e ancora indifesi i cittadini possono solo attendere sperando che non colpirà? E’ mai possibile che all’inizio del terzo millennio non si possa fare niente per la prevenzione? Dopo il disastro del messinese evidenziammo che con l’attuale sistema di monitoraggio delle precipitazioni non si è in grado di capire in tempo reale se un cumulo nembo stia investendo una parte della superficie del suolo. Solo dopo il disastro lo sapremo; troppo tardi. Proprio come è accaduto ad Atrani il 9 settembre scorso.
L’intensità della pioggia del cumulo nembo è nettamente superiore a quella delle piogge “normali”; pluviometri e moderni sensori meteo ubicati sul territorio con una maglia stretta e collegati in rete sono in grado di individuare e delimitare in tempo reale l’area investita dal meto-serial-killer. La prevenzione dei danni alle persone, almeno, può contare su circa 30-60 minuti di tempo, in relazione alle caratteristiche fisiche locali. Che si può fare in questo tempo ridotto? Solo attivare dei piani di protezione dei cittadini accuratamente preparati e sperimentati in precedenza.



Riprendendo quanto detto il 20 agosto ec onsiderando che le persone potenzialmente esposte agli effetti devastanti dei meteo-serial-killers sono almeno 500.000 in Campania e che è impossibile mettere in sicurezza il territorio che è stato oggetto di diffusa e impropria, secondo le leggi della natura, occupazione, si ribadisce l’importanza di avvertire i cittadini che si può attivare subito una difesa, almeno, della vita umana.
Fatalità, imprevedibilità dell’evento, colpa di qualcuno? E’ già iniziato il solito “protocollo” di azioni post disastro che, finora, ha lasciato tutto come prima dal punto di vista della difesa dell’ambiente e delle vite umane.
La prevenzione dal rischio idrogeologico è l'insieme di azioni finalizzate ad impedire o ridurre il rischio, ossia la probabilità che si verifichino eventi catastrofici come quello di Atrani. Come suggerimmo a Messina dopo il disastro del 1 ottobre 2009, se si vuole stare tranquilli in futuro si deve “liberare il Dragone” ridisegnando una sezione idonea “a cielo aperto” a smaltire le piene connesse ad eventi estremi quali colate di fango e detriti. La previsione; con qualche ora di anticipo, che si stia per scatenare un cumulo nembo è attualmente impossibile. Non si può prevedere esattamente il luogo, il tempo e l’intensità dell’evento idrologico con anticipo e precisione sufficienti (si ricorda che i cumulonembi colpiscono porzioni limitate di territorio) per disporre misure precauzionali per la popolazione. L’unica difesa in aree tipo Monti Lattari costituiti da un substrato di rocce calcaree può essere connessa ad una fitta rete di moderni pluviometri dotati di alimentazione elettrica di emergenza (per evitare che l’interruzione dell’erogazione dell’energia elettrica possa mettere fuori uso gli strumenti come accaduto al pluviometro di Ravello il 9 settembre scorso) che consentano di individuare l’inizio delle precipitazioni eccezionalmente intense. Tenendo conto del fatto che la superficie del suolo costituita da rocce e sedimenti molto permeabili si deve “caricare d’acqua” prima di dare origine ai dissesti di vario tipo e alle piene nell’alveo, si può contare su alcune decine di minuti di tempo per allarmare l’area abitata di Atrani che può essere investita dai flussi disastrosi come quello del 9 settembre: Via dei Dogi, la Piazza Umberto I, il parcheggio sul mare e la spiaggia. Tutti i cittadini devono sapere cosa fare in base ad un piano già sperimentato e reso visibile con una adeguata cartellonistica multilingue. E le auto lungo il percorso del flusso? Abbiamo visto quanti guai hanno accentuato deviando la corrente proprio contro il bar La Risacca. Inutile dire che attualmente il sistema di Protezione civile è lontano ancora dall’avere queste cognizioni e la conseguente organizzazione. Però si deve andare avanti. Va detto chiaramente che è entrato in crisi tutto un sistema di interventi idraulico-urbanistici in decine di aree abitate ubicate nella zona pedecollinare e lungo i corsi d’acqua. L’intubamento di alvei è avvenuto nelle decine di anni passati ad opera delle pubbliche istituzioni che si sono basate sulle conoscenze idraulico-ambientali ritenute valide. Le strade ricavate coprendo molti alvei sono state fatte pensando di migliorare la viabilità urbana in sicurezza: non sono stati interventi di privati. Lungo gli alvei e ai loro margini sono stati realizzati anche interventi privati abusivi di vario tipo.
A questo punto è evidente che ci si trova di fronte ad un problema di enorme gravità e dimensione: quello dell’abusivismo ambientale che non è solo l’intervento costruito senza le necessarie autorizzazioni ma soprattutto si individua come l’occupazione eseguita in base a strumenti urbanistici (e quindi leciti in base alle leggi dell’uomo) di parti di territorio che invece sono soggetti alle leggi dei fenomeni naturali quali alluvioni, colate rapide di fango e detriti, attività vulcanica, evoluzione rapida delle spiagge, ecc.. Si tenga presente che i Piani del Rischio Idrogeologico (PAI) elaborati recentemente dalle Autorità di Bacino non hanno fatto altro che delimitare le aree che sono soggette alle leggi dei fenomeni naturali. Il problema è che questa necessaria mappatura è stata fatta dopo che il territorio è stato invaso da insediamenti in parte non sostenibili in quanto a sicurezza.
Il PAI, quindi, non può esaurire gli interventi pubblici tesi a garantire la sicurezza della vita dei cittadini che si sono già insediati su territori molto vasti e diffusi che non potranno mai essere tutti messi in sicurezza per evidente carenza di soldi pubblici. Da qui nasce la nostra proposta che da anni ripetiamo: si deve attivare una capillare azione di protezione dagli eventi catastrofici in base a piani di protezione civile con la partecipazione di tutte le istituzioni e dei cittadini.
Cogliamo l’occasione di Atrani per avviare un Piano di Protezione civile intercomunale di bacino dimensionato per la difesa dai Meteo-Serial-Killers e dalle catastrofi idrogeologiche che possono verificarsi dopo gli incendi boschivi. Si realizzino laghetti sugli altopiani dei Lattari in totale sicurezza idrogeologica in modo da garantire un rapido rifornimento idrico in quota ai mezzi antincendio a pala rotante e terrestri senza perdere tempo e consumare carburante scendendo fino al mare per il rifornimento di acqua salata.
Certo la soluzione più garantista della sicurezza dei cittadini di Atrani è la “liberazione del Dragone”. Si può anche prendere in considerazione, con una legge nuova, la possibilità di vietare il rifacimento della tombatura nelle aree, simili ad Atrani, che in futuro saranno colpite da disastri idrogeologici. Così si metterebbe mano progressivamente alla messa in sicurezza degli abitati liberando i vari “Dragoni” pericolosamente coperti in passato.

Franco Ortolani, Ordinario di Geologia, Direttore del Dipartimento di Pianificazione e Scienza del Territorio,
Università Federico II

 

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