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Maltempo/ Frane e alluvioni, "in pericolo l'82% dei comuni italiani".

Autore: Affariitaliani.it
05/11/2011 (letto 3088 volte)

Strade che si allagano fino a sommergere le automobili, fiumi d'acqua che scorrono lungo le vie, mezzi di trasporto in tilt, stazioni della metropolitana chiuse...

 

Strade che si allagano fino a sommergere le automobili, fiumi d'acqua che scorrono lungo le vie, mezzi di trasporto in tilt, stazioni della metropolitana chiuse. Alle prime piogge le città italiane si paralizzano trasformando un evento naturale in emergenza. E la situazione sul territorio italiano peggiora di anno in anno. L’Italia è vittima di frane, alluvioni, disastri ambientali. Ma perché queste catastrofi sono sempre più frequenti? A spiegarlo ad Affaritaliani.it è Giorgio Zampetti, geologo e responsabile dell'ufficio scientifico di Legambiente."Ci sono due aspetti che fanno capire le cause che portano a questi fenomeni. Da una parte abbiamo delle  violente precipitazioni che vengono considerate come eccezionali rispetto alla media. O almeno così vengono definite dagli amministratori. Ma se andiamo a vedere negli ultimi mesi, arrivando anche alle alluvioni di Veneto e Liguria, ci si accorge che le piogge non sono più estreme, ma che anzi capitano ormai mensilmente, se non settimanalmente. Questo perché il regime pluviometrico nel nostro territorio sta cambiando. E le piogge si presentano sempre più sotto forma di temporali violenti.  Tanto  che una quantità di acqua che prima cadeva in un'intera stagione ora può venire giù in due ore". Ma non solo. "Dall'altra c'è il territorio che non è più in grado di accogliere quest’acqua. Basta considerare che ogni anno 500 chilometri quadrati di territorio vengono resi impermeabili dalla cementificazione, come se ogni quattro mesi spuntasse in Italia una città delle stesse dimensioni di Milano. E più aumentano le superfici impermeabilizzate, più si riduce la naturale capacità di assorbimento, rallentamento e laminazione del territorio. Bastano così anche eventi piovosi non straordinari per causare l’allagamento di interi quartieri e provocare danni rilevanti”.


E l'urbanizzazione selvaggia, con la costruzione di nuovi quartieri progettati senza tener conto di adeguate misure di smaltimento delle acque piovane, riguarda l'Italia intera. Ma quanti sono i comuni a rischio? "Considerato che nel nostro Paese abbiamo un territorio sempre più sfruttato il rischio è altissimo. Sono 6633 comuni, l'82 per cento  ad essere in pericolo. Da nord a sud. Tra le città più a rischio c'è sicuramente Reggio Calabria costruita sulle fiumare e quindi molto esposta alle esondazioni e agli allagamenti. Ma anche a Genova e addirittura Milano con il Seveso. Ma non sono solo i grandi fiumi a dare dei problemi.  A Roma per esempio le criticità più grosse sono state date da un canale che non ha retto la portata d'acqua. Insomma, a causa della cementificazione, la capacità assorbente del territorio diminuisce effettivamente ogni anno. Se a questo si aggiungono una rete fognaria o scolante spesso non in grado di ricevere ingenti quantità d'acqua e i cambiamenti climatici, si
capisce perché la gestione delle piogge rappresenti oggi uno dei grandi problemi delle città”.
Eppure in Italia basterebbe spendere 44 miliardi di euro per evitare ogni altra catastrofe. "Esatto. È questa la somma di cui l'Italia avrebbe bisogno per risistemare torrenti e rogge, pendii e canali di tutta Italia. Una cifra importante, ma non impossibile per un Paese come il nostro. Una somma che salverebbe migliaia di vite umane. E invece l’Italia preferisce investire altrove: grandi opere, ponti e autostrade. Però c 'è bisogno di un piano d'azione e di stanziamento dei fondi per sistemare quanto meno le zone più a rischio".
Invece dopo una disgrazia, come anche accaduto a Roma, si dichiara lo stato di emergenza. Che concretamente però allo Stato costa molto di più che sistemare  in modo
definitivo il problema. “In termini di recupero e di ricostruzione costa almeno dieci volte quello che costa prevenire. Ad esempio un dato eclatante è quello di Giampilieri. Sei
ore di pioggia incessante hanno portato un danno, senza contare la perdita di persone, di 550 milioni di euro. Si sono innescate in quelle sei ore 500 nuove frane che hanno
colpito Messina. E se il dato si rapporta a tutta Italia si capisce l'entità del disastro”.
“Eppure basterebbe interrompere il processo di impermeabilizzazione dei suoli, migliorare la rete scolante e separare le condutture per lo smaltimento delle acque di pioggia
dagli scarichi fognari, sviluppare adeguati sistemi di drenaggio delle acque e laminare i deflussi attraverso la realizzazione di sistemi di accumulo e riutilizzo delle acque in ambito urbano. Tali sistemi sono in grado di raccogliere e trattenere le acque di dilavamento urbano, sia per ridurne gli impatti negativi in termini sanitari, ambientali ed
idraulici, sia per sfruttarle come risorsa. È importante prevedere interventi di questo tipo ogni volta che si decida di impermeabilizzare una nuova area".
Ma oggi, se non si troveranno alternative per gli interventi,  possiamo aspettarci altri disastri? "Non possiamo prevedere dove capiterà ma con la scarsa attenzione che c'è oggi sul territorio è chiaro che il territorio è sempre più vulnerabile e che le situazione di rischio ci saranno sempre. Quindi si".

Fonte: Affariitaliani.it Di Floriana Rullo

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