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Nature e climate change, la forza della ragione

Autore: www.climatemonitor.it
23/01/2014 (letto 1186 volte)

Come molte altre parole il termine ‘ragione’ può avere diversi significati. Nella fattispecie di quello di cui parliamo oggi la forza della ragione non è nei contenuti, ovvero nella loro esattezza e corrispondenza alla realtà.

 

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Come molte altre parole il termine ‘ragione’ può avere diversi significati. Nella fattispecie di quello di cui parliamo oggi la forza della ragione non è nei contenuti, ovvero nella loro esattezza e corrispondenza alla realtà, questo lo dirà il tempo, quanto piuttosto è nell’ineluttabile destino di una rivista scientifica, forse la più quotata di tutte, forzata dai fatti ad abbandonare la teoria della catastrofe climatica prossima ventura abbracciata da tempo, per tornare a ragionare sulla realtà di quel che accade davvero.

E accade ormai da oltre quindici anni che le temperature medie superficiali del pianeta hanno smesso di crescere. Degli 0,2°C di aumento previsto per decade, ne abbiamo visti solo 0,04. Una quantità che per vederla ci vuole la lente di ingrandimento, una quantità che nessun termometro tra quelli usati per raccogliere i dati necessari a comporre quella media è mai stato in grado di misurare. Perciò, una quantità statisticamente non significativa, cioè indistinguibile dal rumore e dal margine di errore che accompagna quei dati.

Qualche anno fa si vedeva la pausa, ma poteva essere trascurata perché ben dentro il normale rumore, oggi è qualcosa che bisogna spiegare.

Questa frase è di Gabriel Vecchi, climatologo della NOAA, ed è solo una delle cose interessanti contenute in un editoriale uscito su Nature qualche giorno fa:

Climate change: The case of the missing heat - Sixteen years into the mysterious ‘global-warming hiatus’, scientists are piecing together an explanation.

Dunque, siamo di nuovo alle prese con il “mistero del calore scomparso”, cioè di quella quantità di calore che avrebbe dovuto spianare la strada ad un riscaldamento senza sosta – almeno così dicono i modelli climatici CO2 dipendenti – e che dal momento che le temperature hanno smesso di aumentare si pensa sia andato a nascondersi da qualche parte. Dove? Nelle profondità oceaniche, senza passare per la superficie e dove non possiamo andarlo a cercare? Dietro la cortina fumogena, è il caso di dirlo, degli aerosol emessi dall’attività vulcanica e dal poderoso sviluppo di Cina e India? Oppure, molto più semplicemente, in una delle infinite pieghe delle dinamiche naturali, che si credeva fossero state comprese a sufficienza da poter essere lasciate da parte nel valutare l’entità dei colpi inferti al clima dal potenziale effetto antropico?

Da non crederci, la risposta giusta è l’ultima. La Natura, nella forma delle oscillazioni di lungo periodo delle temperature di superficie dell’Oceano Pacifico, è la candidata principale per spiegare perché, da oltre tre lustri, per continuare a tener vivo l’affaire riscaldamento globale si sono dovuti inventare prima il cambiamento e poi il disfacimento climatico. Già, perché parlare di riscaldamento circa qualcosa che non si scalda veniva male, in effetti.

Sicché, proprio per spiegare quel che necessariamente deve essere spiegato, è uscito sempre da pochi giorni uno studio in cui, dopo aver messo nei modelli climatici il possibile contributo dell’Oscillazione Decadale del Pacifico (PDO), salta fuori che la stasi delle temperature si può replicare, e insieme a lei si possono replicare anche altre dinamiche climatiche a più piccola scala spaziale, come l’irrigidimento degli inverni di una parte dell’emisfero nord, la siccità negli USA e quant’altro.

Altra frase estratta dall’articolo, così, tanto per gradire:

Nessuna delle simulazioni climatiche prodotte per l’IPCC ha generato questa particolare interruzione in questo particolare periodo di tempo.

In poche parole, sarà pur vero che i modelli climatici sono pensati per il lungo periodo, sarà pur vero che brevi periodi di oscillazione del trend delle temperature nei modelli ci sono, ma nessuno di questi modelli aveva previsto che sarebbe accaduto ora. Non una cosa da poco, se permettete, anche perché per ‘ora’ si intende la fase iniziale della lunga corsa di queste simulazioni verso il futuro del clima, e chi si occupa di costruire modelli che simulino i sistemi complessi sa bene che quando un modello sbaglia in partenza, quando cioè è vicino alla realtà sulla quale è stato modellato, è ben difficile che faccia bene alla fine. E inoltre, sarà pure interessante pensare di sapere che clima farà tra cento anni, ma forse per prendere delle contromisure, siano esse di contrasto o di adattamento, è un tantino più utile sapere cosa succederà nel breve periodo. Una decina di anni fa, per esempio, si diceva che sarebbe scomparsa la neve e sarebbero spuntate le palme. Non è accaduta né l’una né l’altra cosa, che i profeti di sventura se ne facciano una ragione.

Sicché, per causa di forza maggiore – leggi c’è qualcosa che non torna – anche Nature sente la ‘forza della ragione’. Così scopriamo che il riscaldamento globale si è fermato perché è cambiato il segno della PDO, dalla sua modalità calda siamo passati a quella fredda. Un bel passo avanti per noi altri poveri scettici (non scienziati, per carità, giacché questa è la distinzione che fa Nature) che queste cose le diciamo e scriviamo da anni. Quando poi riusciranno a scrivere anche che allora, forse, magari, anche la fase calda ha avuto a che fare con il riscaldamento globale e quindi allora, forse, magari, la CO2 non ci arrostirà, i passi avanti sarano due e saremo tutti un po’ più vicini alla meta.

 

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